Presentazione relazione del 16 febbraio 2005
Direttore dell'osservatorio mobbing Dott. Antonio Mauri

Il fenomeno del mobbing.

Il mondo del lavoro è in continua trasformazione ed è caratterizzato da forte conflittualità e competizione.
La Costituzione della Repubblica Italiana, riconosce la dignità della persona umana, il lavoro e la tutela della salute come valori fondamentali.
La salute dell’individuo non deve essere più intesa solo come assenza di malattia, ma come benessere totale della persona (qualità della vita). La comprensione del benessere dell’individuo si attua analizzando i fattori che incidono sulla sua esistenza.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che il concetto di salute debba essere inteso come “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non meramente l’assenza di malattia o di infermità”.
Il disagio sul lavoro o stress lavorativo si presenta come uno stato di difficoltà che può creare problemi sia di natura fisica e sia di natura psichica del lavoratore: una delle sue manifestazioni più pericolose consiste nel mobbing, una lenta persecuzione psicologica che mina le capacità lavorative, incide sulla stabilità psicologica e sulla salute dell’individuo.
Si comprende come sia necessaria un’opera di prevenzione che metta gli individui che soffrono di disagio nell’ambito del lavoro nella condizione di sostenere, contrastare e limitare i danni.
Tutti noi abbiamo diritto, diritti sanciti dagli articoli 1, 4 e 35 della nostra Carta Costituzionale e dall’art. 9 dello Statuto dei Lavoratori, a condurre una vita sana ed al lavoro.

Il mobbing è un fenomeno che coinvolge quotidianamente milioni di lavoratori. I comportamenti attraverso cui si manifesta sono molteplici ma con unico scopo finale: allontanare dal mondo del lavoro una persona.
Oltre all’attenzione rivolta da parte di psichiatri e psicologi alle dinamiche psichiche degli individui coinvolti, è importante considerare l’ambiente lavorativo in cui si innesca il mobbing.
Il mobbing può essere considerato un fenomeno dovuto ad un cattivo funzionamento dell’ambiente lavorativo: una lacunosa gestione del lavoro, una leadership inadeguata, un particolare organizzazione lavorativa.

La parola mobbing indica principalmente la violenza psicologica che avviene all’interno dell’ambiente di lavoro. Il mobbing si manifesta in moltissimi modi e spesso subdoli. Al principio sembra innocuo, in quanto comincia da una serie di osservazioni leggermente critiche, scherzi rivolti all’individuo, per poi sfociare in veri e propri disastri.

Possiamo classificare il mobbing in:

- mobbing verticale o dall’alto verso il basso;
- mobbing orizzontale;
- mobbing ascendente o dal basso verso l’alto.

Per mobbing verticale s’intende il mobbing perpetuato dai superiori verso i subordinati.

Il mobbing orizzontale è quello che avviene tra colleghi di lavoro e le sue motivazioni sono plurime: invidie, gelosie, necessità di scaricare le proprie frustrazioni ed insicurezze lavorative sui colleghi.

Mobbing ascendente
o “dal basso verso l’alto”, quello perpetuato dai lavoratori nei confronti di un capo, ma è molto raro.
Solitamente avviene quando subentra un nuovo capo a quello precedente.

Il bossing è il mobbing verticale praticato dai superiori e si configura come una strategia aziendale per eliminare lavoratori senza destare dei “casi sindacali o legali”; accade spesso nel corso di ristrutturazioni aziendali o di fusioni.

Bisogna non confondere una generica forma di disagio o un conflitto normale con i sintomi del Mobbing: si parla di mobbing solo in presenza di persecuzioni sistematiche ripetute ed oggettivamente documentate. Il mobbing va quindi distinto dalle controversie che si verificano quotidianamente nell’ambito del lavoro.
Si può parlare di mobbing quando le vessazioni sono state condotte con sistematicità e per un lungo periodo, con l’intento di danneggiare la vittima.

Una buona comunicazione è alla base di tutte le nostre relazioni in special modo di quelle lavorative. Una buona comunicazione è vitale per un’azienda che voglia realizzare un buon servizio al cliente e creare un clima di benessere lavorativo.
Molte strategie di mobbing si basano su malintesi ed interruzioni del normale flusso delle informazioni.
Con la comunicazione noi trasmettiamo e riceviamo informazioni. Comunicare o ricevere informazioni non chiare causa un senso di disagio e malessere.
Vengono riportati alcuni esempi di mancanza o interruzione di informazioni che possono creare disagio:
- non avere un’informazione che è indispensabile per svolgere un certo lavoro
- avere un’informazione errata o incompleta
- riceve informazioni discordanti sullo stesso argomento
- l’informazione ricevuta non è chiara
Il lavoratore può andare in crisi quando cerca un’informazione ma non la trova. Se questo si verifica nel tempo allora ci sono le basi per la nascita del mobbing.

I partecipanti al fenomeno mobbing possono essere sintetizzati in tre categorie:
- il mobbizzato, che è colui che subisce il mobbing (definito anche mobber passivo);

- il mobber, che è colui che mette in atto le azioni mobbizzanti verso la vittima (definito anche mobber attivo);

- gli spettatori, che sono coloro che assistono al fenomeno mobbing

Il mobbizzato è la vittima del mobbing, colui che subisce le persecuzioni in modo sistematico e per un lungo periodo. Scopo delle persecuzioni è quello di privarlo delle funzioni esercitate nell’ambito dell’organizzazione lavorativa

Il mobber è l’aggressore, colui che svolge sistematicamente delle azioni psicologiche su un subordinato o su un collega, mediante critiche, aggressioni verbali, maldicenze, minacce ingiustificate, per indurlo a licenziarsi e/o per isolarlo e/o per esautorarlo dalle sue mansioni e/o per divertimento.

Gli spettatori sono tutte quelle persone che non sono direttamente coinvolte nel mobbing ma lo vivono di riflesso, il più delle volte hanno atteggiamento passivo di fronte al suo manifestarsi. Gli spettatori sono rappresentati da un numero molto alto di persone, costituito dai colleghi, dall’amministrazione del personale, ecc.

Le conseguenze del mobbing si ripercuotono essenzialmente sulla vittima, che subisce i danni maggiori con problemi legati alla salute, al ruolo sociale, alle perdite relazionali ed economiche.
I costi ricadono, oltre che sul mobbizzato, anche sull’organizzazione aziendale e sull’intera società che deve sopportare le spese della malattia o del prepensionamento della vittima.

Il mobbizzato va incontro ad una serie di problemi legati alla salute.
Nel corso delle varie ricerche sul fenomeno si è riscontrato come i mobbizzati, soprattutto nella fase finale, abbiano problemi nei contatti sociali, difficoltà di reinserimento all’interno della società, facoltà comunicative disturbate e molte volte compare il “disturbo post-traumatico da stress”.
Il nervosismo causa spesso difficoltà respiratorie, problemi nell’espressione, disturbi digestivi, disturbi della sfera del sonno, disturbi alle funzioni intellettuali, difficoltà di memoria e di concentrazione. A questi disagi si aggiungono i problemi finanziari: la vittima è costretta a continue visite mediche e terapie e tutto ciò incide negativamente sul suo budget economico. A questo si può aggiungere la perdita del posto di lavoro e quindi la scomparsa dello stipendio. Nei casi più sfortunati la vittima si ritrova anche da sola a dover gestire tutto questo, in quanto le persone che prima le erano vicine, non riuscendo più a sopportarla, si trovano costrette ad abbandonarla.
La famiglia del mobbizzato è dissestata, sia in termini di coesione interna che in termini economici: nel primo caso il singolo destabilizza il nucleo familiare in quanto trasferisce su di esso tutte le sue tensioni negative, dal lato patrimoniale, il suo malessere causa ingenti costi sostenuti per la sua riabilitazione (spese per visite mediche, consumo di medicinali, sedute di psicoterapia) e spese legali, se intenta una causa per ottenere il risarcimento del danno subito.

Anche per l’azienda le conseguenze sono piuttosto negative. Un calcolo sui costi aziendali dimostra che il danno per l’azienda è veramente ingente, sia in termini di riduzione della produttività da parte del mobbizzato che di perdita di tempo lavorativo (prestazione lavorativa) del mobber anche del 60 %rispetto all’attività normale.
Si visto che ogni caso di mobbing possa raddoppiare il costo annuale della vittima (mobbizzato), tanto da salire a circa 190 % in più rispetto al costo normale. Tutto ciò è dovuto alle spese che l’azienda deve sostenere per le assenze per malattia della vittima, la sua sostituzione, il pagamento della liquidazione nel caso di dimissioni o prepensionamento, i costi sostenuti nel caso ci siano processi legali, oltre al danno d’immagine che subisce l’azienda.
I costi in cui incorre l’azienda sono altissimi senza alcun o pochissimo beneficio.
Tra i costi che si sobbarca l’intera società troviamo gli oneri che l’INPS deve
sostenere per le lunghe assenze protratte dal lavoro, periodi di malattia a cui è
costretto sempre più di frequente il mobbizzato. Anche le stesse aziende sanitarie locali contribuiscono a sostenere le spese della vittima che è costretta a continue visite mediche e terapie. Si possono raggiungere le estreme conseguenze come nel caso in cui il mobbing possa portare ad un’invalidità professionale permanente. Il mobbizzato è giunto ad uno stato fisico e psichico in cui non può più svolgere normalmente alcun tipo di lavoro (esaurimento nervoso, depressione cronica ecc.).
Si aggiungono così, nei casi di prepensionamento, sia il costo sostenuto dall’intero sistema che si vede costretto al pagamento di una pensione in anticipo rispetto alla normale età, sia la perdita dei contributi sullo stipendio prima versati dal lavoratore. Ma in particolar modo quello che preoccupa è la perdita sociale della risorsa umana relativa alla sua attività lavorativa che non svolge più: in pratica, si può affermare che la sua forza lavorativa non è più al servizio della società con molti anni di anticipo.
Le stime europee sono arrivate a quantificare la spesa approssimativa di un pensionamento all’età di 40 anni: il danno economico si aggirerebbe a circa 1 miliardo e 200 milioni di lire (pari a 619.748,28 euro) che andrebbero a gravare sul restante della comunità, a cui va aggiunto il costo della persona che non producendo più, occupa però un posto in ospedale o ad una visita specialistica o ad una seduta di terapia.

Considerato che all’interno della nostra legislazione non vige ancora una norma specifica anti-mobbing, la prevenzione sembra essere il mezzo più efficace: sensibilizzando il lavoratore, il datore di lavoro e l’intera società, bisogna cercare di far conoscere le reali ripercussioni negative del fenomeno, in modo da esortare le persone a starne lontano. La via della formazione è quindi la prima strada da percorrere, per portare tutti a conoscere da vicino il mobbing così da bloccarlo sul nascere.
Tutti dovrebbero essere interessati a fermare il mobbing, altrimenti esso continuerà a causare danni irreparabili alla vittima, all’azienda, alla società intera.
Per combattere qualcosa, dobbiamo prima imparare a conoscerlo.
Il punto di partenza per l’intervento sul mobbing consiste in un profondo lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
L’opera formativa dovrebbe focalizzarsi prima di tutto sul posto di lavoro senza trascurare le scuole e l’assistenza pubblica.
La formazione consiste nel rendere consapevoli le persone del fenomeno. Come dimostrano le ricerche (estere), le aziende che hanno formato i loro dipendenti hanno ottenuto un’enorme vantaggio in termini di soddisfazione sul lavoro e riduzione di costi aggiuntivi riguardo al personale.
Nei luoghi dove è stata impartita al personale (o almeno ai dirigenti) una formazione attraverso seminari e consulenze individuali si è visto che i colleghi si sono dimostrati più sensibili rispetto a ciò che accade sul posto di lavoro.
Anche per quanto riguarda le sfere più alte delle aziende, un’esauriente formazione sul mobbing porta ad un netto cambiamento di atteggiamento nei confronti dei dipendenti vittime del fenomeno.
I vertici aziendali divengono consapevoli delle forti spese che subisce l’azienda a causa di situazioni mobbizzanti: in primo luogo infatti ne risente la produttività; secondariamente non si valorizzano come sarebbe possibile le qualità di alcuni lavoratori qualificati; infine si contamina l’atmosfera emotiva del posto di lavoro: il terrore psicologico causa il crollo della fiducia e della credibilità dell’ambiente.
Il momento più complicato risulta essere l’inizio del mobbing, cioè alla sua prima fase.
Il mobbing nasce da un conflitto non portato completamente a termine, questo fa sì che di fronte agli abituali conflitti quotidiani si possa verificare un errore di attribuzione sia positivo che negativo; nel primo caso si potrebbe ritenere mobbing un conflitto puramente momentaneo, nel secondo si potrebbe sottovalutare pericolosamente un episodio mobbizzante, ritenendolo un normale conflitto.
E’ chiara quindi l’importanza che deve essere attribuita alla prevenzione per far sì che attori del mobbing riconoscano nelle loro azioni la situazione in cui possono venire a trovarsi.
Passando alla seconda fase, in cui il mobbing si manifesta con i sintomi che gli sono propri, si deve sottolineare come sia importante imparare a riconoscere di essere all’interno del fenomeno.
In questa fase il mobbizzato tende a percepire un crescente malessere e a cercare una soluzione presso le strutture di assistenza finora conosciute, le quali, se non sono bene preparate, difficilmente riusciranno ad individuare le reali cause dei problemi dell’individuo.
I danni potrebbero essere immediatamente limitati se un’azienda preparata ad affrontare il mobbing collaborasse fin da questa fase con un esperto del fenomeno per mediare il conflitto e portarlo ad una soluzione.
All’esperto si deve attribuire il compito di condurre la mediazione tra i soggetti in causa: il mobber, le vittime, i colleghi, il rappresentante dell’amministrazione ed i quadri direttivi.
La formazione deve formare la coscienza degli attori rispetto alla presenza del fenomeno mobbing all’interno dell’azienda; inoltre ha il compito di cercare una soluzione adeguata per la vittima.
Se si arriva alla terza fase del mobbing, quando il conflitto esca dal recinto dell’ufficio, è necessaria la presenza di un medico specialista del fenomeno, esterno all’azienda, che si occupi direttamente della salute psicofisica della vittima.
Infine, nel caso in cui la vittima arrivi a vivere la quarta fase del mobbing, l’uscita dal mondo del lavoro, si renderà necessario un intervento per garantire alla vittima di mantenere salda la sua dignità; la perdita del posto di lavoro porta la vittima a percepirsi come fallita.
E’ necessaria un’assistenza che consenta alla persona di creare una nuova formazione, una nuova possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro; in ogni caso è necessario che il soggetto riceva una formazione adeguata alla comprensione del mobbing, perché solo attraverso la conoscenza del fenomeno è possibile apprendere una capacità di difesa efficace per riacquistare una completa sicurezza sul posto di lavoro.
Prevenire e combattere il mobbing deve così divenire una prerogativa di qualsiasi livello aziendale, partendo dal basso per arrivare sino ai dirigenti, coinvolgendo anche le strutture assistenziali esterne.


Ufficio della Consigliera Regionale di Parità - Regione Lazio Presidenza della Giunta
info@osservatoriomobbing.org

 

 

 

Gli aspetti psicologici del mobbing

Il fenomeno del mobbing