Relazione
Conferenza Osservatorio Mobbing
Dott. Antonio Mauri
Il mondo del lavoro è in continua
trasformazione ed è caratterizzato da forte
conflittualità e competizione.
La Costituzione della Repubblica Italiana, riconosce
la dignità della persona umana, il lavoro
e la tutela della salute come valori fondamentali.
La salute dell’individuo non deve essere
più intesa solo come assenza di malattia,
ma come benessere totale della persona (qualità
della vita). La comprensione del benessere dell’individuo
si attua analizzando i fattori che incidono sulla
sua esistenza.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità
ritiene che il concetto di salute debba essere
inteso come “stato di completo benessere
fisico, mentale e sociale e non meramente l’assenza
di malattia o di infermità”.
Il disagio sul lavoro o stress lavorativo si presenta
come uno stato di difficoltà che può
creare problemi sia di natura fisica e sia di
natura psichica del lavoratore: una delle sue
manifestazioni più pericolose consiste
nel mobbing, una lenta persecuzione psicologica
che mina le capacità lavorative, incide
sulla stabilità psicologica e sulla salute
dell’individuo.
Si comprende come sia necessaria un’opera
di prevenzione che metta gli individui che soffrono
di disagio nell’ambito del lavoro nella
condizione di sostenere, contrastare e limitare
i danni.
Tutti noi abbiamo diritto, diritti sanciti dagli
articoli 1, 4 e 35 della nostra Carta Costituzionale
e dall’art. 9 dello Statuto dei Lavoratori,
a condurre una vita sana ed al lavoro.
Il mobbing è un fenomeno che
coinvolge quotidianamente milioni di lavoratori.
I comportamenti attraverso cui si manifesta sono
molteplici ma con unico scopo finale: allontanare
dal mondo del lavoro una persona.
Oltre all’attenzione rivolta da parte di
psichiatri e psicologi alle dinamiche psichiche
degli individui coinvolti, è importante
considerare l’ambiente lavorativo in cui
si innesca il mobbing.
Il mobbing può essere considerato un fenomeno
dovuto ad un cattivo funzionamento dell’ambiente
lavorativo: una lacunosa gestione del lavoro,
una leadership inadeguata, un particolare organizzazione
lavorativa.
La parola mobbing indica principalmente
la violenza psicologica che avviene all’interno
dell’ambiente di lavoro. Il mobbing si manifesta
in moltissimi modi e spesso subdoli. Al principio
sembra innocuo, in quanto comincia da una serie
di osservazioni leggermente critiche, scherzi
rivolti all’individuo, per poi sfociare
in veri e propri disastri.
Possiamo classificare il mobbing in:
- mobbing verticale o dall’alto verso il
basso;
- mobbing orizzontale;
- mobbing ascendente o dal basso verso l’alto.
Per mobbing verticale
s’intende il mobbing perpetuato dai superiori
verso i subordinati.
Il mobbing orizzontale
è quello che avviene tra colleghi di lavoro
e le sue motivazioni sono plurime: invidie, gelosie,
necessità di scaricare le proprie frustrazioni
ed insicurezze lavorative sui colleghi.
Mobbing ascendente o “dal basso verso
l’alto”, quello perpetuato dai lavoratori
nei confronti di un capo, ma è molto raro.
Solitamente avviene quando subentra un nuovo capo
a quello precedente.
Il bossing è
il mobbing verticale praticato dai superiori e
si configura come una strategia aziendale per
eliminare lavoratori senza destare dei “casi
sindacali o legali”; accade spesso nel corso
di ristrutturazioni aziendali o di fusioni.
Bisogna non confondere una generica
forma di disagio o un conflitto normale con i
sintomi del Mobbing: si parla di mobbing solo
in presenza di persecuzioni sistematiche ripetute
ed oggettivamente documentate. Il mobbing va quindi
distinto dalle controversie che si verificano
quotidianamente nell’ambito del lavoro.
Si può parlare di mobbing quando le vessazioni
sono state condotte con sistematicità e
per un lungo periodo, con l’intento di danneggiare
la vittima.
Una buona comunicazione è
alla base di tutte le nostre relazioni in special
modo di quelle lavorative. Una buona comunicazione
è vitale per un’azienda che voglia
realizzare un buon servizio al cliente e creare
un clima di benessere lavorativo.
Molte strategie di mobbing si basano su malintesi
ed interruzioni del normale flusso delle informazioni.
Con la comunicazione noi trasmettiamo e riceviamo
informazioni. Comunicare o ricevere informazioni
non chiare causa un senso di disagio e malessere.
Vengono riportati alcuni esempi di mancanza o
interruzione di informazioni che possono creare
disagio:
- non avere un’informazione che è
indispensabile per svolgere un certo lavoro
- avere un’informazione errata o incompleta
- riceve informazioni discordanti sullo stesso
argomento
- l’informazione ricevuta non è chiara
Il lavoratore può andare in crisi quando
cerca un’informazione ma non la trova. Se
questo si verifica nel tempo allora ci sono le
basi per la nascita del mobbing.
I partecipanti al fenomeno mobbing
possono essere sintetizzati in tre categorie:
- il mobbizzato, che è
colui che subisce il mobbing (definito anche mobber
passivo);
- il mobber, che è colui che mette in atto
le azioni mobbizzanti verso la vittima (definito
anche mobber attivo);
- gli spettatori, che sono coloro che assistono
al fenomeno mobbing
Il mobbizzato
è la vittima del mobbing, colui che subisce
le persecuzioni in modo sistematico e per un lungo
periodo. Scopo delle persecuzioni è quello
di privarlo delle funzioni esercitate nell’ambito
dell’organizzazione lavorativa
Il mobber
è l’aggressore, colui che svolge
sistematicamente delle azioni psicologiche su
un subordinato o su un collega, mediante critiche,
aggressioni verbali, maldicenze, minacce ingiustificate,
per indurlo a licenziarsi e/o per isolarlo e/o
per esautorarlo dalle sue mansioni e/o per divertimento.
Gli spettatori
sono tutte quelle persone che non sono direttamente
coinvolte nel mobbing ma lo vivono di riflesso,
il più delle volte hanno atteggiamento
passivo di fronte al suo manifestarsi. Gli spettatori
sono rappresentati da un numero molto alto di
persone, costituito dai colleghi, dall’amministrazione
del personale, ecc.
Le conseguenze del mobbing si ripercuotono
essenzialmente sulla vittima, che subisce i danni
maggiori con problemi legati alla salute, al ruolo
sociale, alle perdite relazionali ed economiche.
I costi ricadono, oltre che sul mobbizzato, anche
sull’organizzazione aziendale e sull’intera
società che deve sopportare le spese della
malattia o del prepensionamento della vittima.
Il mobbizzato va incontro ad una serie di problemi
legati alla salute.
Nel corso delle varie ricerche sul fenomeno si
è riscontrato come i mobbizzati, soprattutto
nella fase finale, abbiano problemi nei contatti
sociali, difficoltà di reinserimento all’interno
della società, facoltà comunicative
disturbate e molte volte compare il “disturbo
post-traumatico da stress”.
Il nervosismo causa spesso difficoltà respiratorie,
problemi nell’espressione, disturbi digestivi,
disturbi della sfera del sonno, disturbi alle
funzioni intellettuali, difficoltà di memoria
e di concentrazione. A questi disagi si aggiungono
i problemi finanziari: la vittima è costretta
a continue visite mediche e terapie e tutto ciò
incide negativamente sul suo budget economico.
A questo si può aggiungere la perdita del
posto di lavoro e quindi la scomparsa dello stipendio.
Nei casi più sfortunati la vittima si ritrova
anche da sola a dover gestire tutto questo, in
quanto le persone che prima le erano vicine, non
riuscendo più a sopportarla, si trovano
costrette ad abbandonarla.
La famiglia del mobbizzato è dissestata,
sia in termini di coesione interna che in termini
economici: nel primo caso il singolo destabilizza
il nucleo familiare in quanto trasferisce su di
esso tutte le sue tensioni negative, dal lato
patrimoniale, il suo malessere causa ingenti costi
sostenuti per la sua riabilitazione (spese per
visite mediche, consumo di medicinali, sedute
di psicoterapia) e spese legali, se intenta una
causa per ottenere il risarcimento del danno subito.
Anche per l’azienda le conseguenze
sono piuttosto negative. Un calcolo sui costi
aziendali dimostra che il danno per l’azienda
è veramente ingente, sia in termini di
riduzione della produttività da parte del
mobbizzato che di perdita di tempo lavorativo
(prestazione lavorativa) del mobber anche del
60 %rispetto all’attività normale.
Si visto che ogni caso di mobbing possa raddoppiare
il costo annuale della vittima (mobbizzato), tanto
da salire a circa 190 % in più rispetto
al costo normale. Tutto ciò è dovuto
alle spese che l’azienda deve sostenere
per le assenze per malattia della vittima, la
sua sostituzione, il pagamento della liquidazione
nel caso di dimissioni o prepensionamento, i costi
sostenuti nel caso ci siano processi legali, oltre
al danno d’immagine che subisce l’azienda.
I costi in cui incorre l’azienda sono altissimi
senza alcun o pochissimo beneficio.
Tra i costi che si sobbarca l’intera società
troviamo gli oneri che l’INPS deve
sostenere per le lunghe assenze protratte dal
lavoro, periodi di malattia a cui è
costretto sempre più di frequente il mobbizzato.
Anche le stesse aziende sanitarie locali contribuiscono
a sostenere le spese della vittima che è
costretta a continue visite mediche e terapie.
Si possono raggiungere le estreme conseguenze
come nel caso in cui il mobbing possa portare
ad un’invalidità professionale permanente.
Il mobbizzato è giunto ad uno stato fisico
e psichico in cui non può più svolgere
normalmente alcun tipo di lavoro (esaurimento
nervoso, depressione cronica ecc.).
Si aggiungono così, nei casi di prepensionamento,
sia il costo sostenuto dall’intero sistema
che si vede costretto al pagamento di una pensione
in anticipo rispetto alla normale età,
sia la perdita dei contributi sullo stipendio
prima versati dal lavoratore. Ma in particolar
modo quello che preoccupa è la perdita
sociale della risorsa umana relativa alla sua
attività lavorativa che non svolge più:
in pratica, si può affermare che la sua
forza lavorativa non è più al servizio
della società con molti anni di anticipo.
Le stime europee sono arrivate a quantificare
la spesa approssimativa di un pensionamento all’età
di 40 anni: il danno economico si aggirerebbe
a circa 1 miliardo e 200 milioni di lire (pari
a 619.748,28 euro) che andrebbero a gravare sul
restante della comunità, a cui va aggiunto
il costo della persona che non producendo più,
occupa però un posto in ospedale o ad una
visita specialistica o ad una seduta di terapia.
Considerato che all’interno
della nostra legislazione non vige ancora una
norma specifica anti-mobbing, la prevenzione sembra
essere il mezzo più efficace: sensibilizzando
il lavoratore, il datore di lavoro e l’intera
società, bisogna cercare di far conoscere
le reali ripercussioni negative del fenomeno,
in modo da esortare le persone a starne lontano.
La via della formazione è quindi la prima
strada da percorrere, per portare tutti a conoscere
da vicino il mobbing così da bloccarlo
sul nascere.
Tutti dovrebbero essere interessati a fermare
il mobbing, altrimenti esso continuerà
a causare danni irreparabili alla vittima, all’azienda,
alla società intera.
Per combattere qualcosa, dobbiamo prima imparare
a conoscerlo.
Il punto di partenza per l’intervento sul
mobbing consiste in un profondo lavoro di sensibilizzazione
dell’opinione pubblica.
L’opera formativa dovrebbe focalizzarsi
prima di tutto sul posto di lavoro senza trascurare
le scuole e l’assistenza pubblica.
La formazione consiste nel rendere consapevoli
le persone del fenomeno. Come dimostrano le ricerche
(estere), le aziende che hanno formato i loro
dipendenti hanno ottenuto un’enorme vantaggio
in termini di soddisfazione sul lavoro e riduzione
di costi aggiuntivi riguardo al personale.
Nei luoghi dove è stata impartita al personale
(o almeno ai dirigenti) una formazione attraverso
seminari e consulenze individuali si è
visto che i colleghi si sono dimostrati più
sensibili rispetto a ciò che accade sul
posto di lavoro.
Anche per quanto riguarda le sfere più
alte delle aziende, un’esauriente formazione
sul mobbing porta ad un netto cambiamento di atteggiamento
nei confronti dei dipendenti vittime del fenomeno.
I vertici aziendali divengono consapevoli delle
forti spese che subisce l’azienda a causa
di situazioni mobbizzanti: in primo luogo infatti
ne risente la produttività; secondariamente
non si valorizzano come sarebbe possibile le qualità
di alcuni lavoratori qualificati; infine si contamina
l’atmosfera emotiva del posto di lavoro:
il terrore psicologico causa il crollo della fiducia
e della credibilità dell’ambiente.
Il momento più complicato risulta essere
l’inizio del mobbing, cioè alla sua
prima fase.
Il mobbing nasce da un conflitto non portato completamente
a termine, questo fa sì che di fronte agli
abituali conflitti quotidiani si possa verificare
un errore di attribuzione sia positivo che negativo;
nel primo caso si potrebbe ritenere mobbing un
conflitto puramente momentaneo, nel secondo si
potrebbe sottovalutare pericolosamente un episodio
mobbizzante, ritenendolo un normale conflitto.
E’ chiara quindi l’importanza che
deve essere attribuita alla prevenzione per far
sì che attori del mobbing riconoscano nelle
loro azioni la situazione in cui possono venire
a trovarsi.
Passando alla seconda fase, in cui il mobbing
si manifesta con i sintomi che gli sono propri,
si deve sottolineare come sia importante imparare
a riconoscere di essere all’interno del
fenomeno.
In questa fase il mobbizzato tende a percepire
un crescente malessere e a cercare una soluzione
presso le strutture di assistenza finora conosciute,
le quali, se non sono bene preparate, difficilmente
riusciranno ad individuare le reali cause dei
problemi dell’individuo.
I danni potrebbero essere immediatamente limitati
se un’azienda preparata ad affrontare il
mobbing collaborasse fin da questa fase con un
esperto del fenomeno per mediare il conflitto
e portarlo ad una soluzione.
All’esperto si deve attribuire il compito
di condurre la mediazione tra i soggetti in causa:
il mobber, le vittime, i colleghi, il rappresentante
dell’amministrazione ed i quadri direttivi.
La formazione deve formare la coscienza degli
attori rispetto alla presenza del fenomeno mobbing
all’interno dell’azienda; inoltre
ha il compito di cercare una soluzione adeguata
per la vittima.
Se si arriva alla terza fase del mobbing, quando
il conflitto esca dal recinto dell’ufficio,
è necessaria la presenza di un medico specialista
del fenomeno, esterno all’azienda, che si
occupi direttamente della salute psicofisica della
vittima.
Infine, nel caso in cui la vittima arrivi a vivere
la quarta fase del mobbing, l’uscita dal
mondo del lavoro, si renderà necessario
un intervento per garantire alla vittima di mantenere
salda la sua dignità; la perdita del posto
di lavoro porta la vittima a percepirsi come fallita.
E’ necessaria un’assistenza che consenta
alla persona di creare una nuova formazione, una
nuova possibilità di inserirsi nel mondo
del lavoro; in ogni caso è necessario che
il soggetto riceva una formazione adeguata alla
comprensione del mobbing, perché solo attraverso
la conoscenza del fenomeno è possibile
apprendere una capacità di difesa efficace
per riacquistare una completa sicurezza sul posto
di lavoro.
Prevenire e combattere il mobbing deve così
divenire una prerogativa di qualsiasi livello
aziendale, partendo dal basso per arrivare sino
ai dirigenti, coinvolgendo anche le strutture
assistenziali esterne.
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