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Da un punto di vista etimologico il termine mobbing ha origine da una locuzione latina mobile vulgus che significa "il movimento della gentaglia, il fuoco plebeo", infatti, il sostantivo inglese mob indica "folla, moltitudine disordinata, tumultuante, violenta, marmaglia, plebe…" e il verbo to mob indica "attaccare, assalire, malmenare, aggredire". L'aggiunta sel suffisso -ing, operata dal grande etologo Konrad Lorenz per indicare un tipo di comportamento animale: quando un gruppo di piccoli uccelli attacca e allontana un uccello più grande dal proprio territorio. Il termine ha dunque acquistato maggiore potenza metaforica per esprimere con tutta la forza dell'immagine dell'assalto e dell'acerchiamento di gruppo, la situazione di terrore psicologico dovuta all'isolamento della vittima di fronte all'ostilità degli altri.
Negli anni Ottanta il termine venne ripreso dallo psicologo del lavoro tedesco Heinz Leymann, il quale lo applicò ad un nuovo disturbo che aveva osservato in alcuni operai e impiegati svedesi sottoposti ad una serie di intensi traumi psicologici sul luogo di lavoro.
Da allora in poi per mobbing s'intende la comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo che, a causa del mobbing, è spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa e lì costretto per mezzo di continue attività mobbizzanti. Queste azioni si verificano con una frequenza piuttosto alta (almeno una alla settimana) e su un lungo periodo di tempo (per una durata di almeno sei mesi).
Harald Ege, ricercatore tedesco che vive e lavora in Italia dalla prima metà degli anni Novanta, definisce il mobbing come “una guerra sul lavoro in cui, tramite violenza psicologica, fisica e/o morale, una o più vittime vengono costrette ad esaudire la volontà di uno o più aggressori. Questa violenza si esprime attraverso attacchi frequenti e duraturi che hanno lo scopo di danneggiare la salute, i canali di comunicazione, il flusso di informazioni, la reputazione e/o la professionalità della vittima. Le conseguenze psicofisiche di un tale comportamento aggressivo risultano inevitabili per il mobbizzato”
Marrie France Hirigoyen, psichiatra, psicanalista e psicoterapeuta familiare descrive il mobbing un come comportamento abusivo (gesti, parole,comportamento, atteggiamento…) che minaccia, con la sua ripetizione o la sua sistematizzazione, la dinità o l'integrità psichica o fisica di una persona, mettendo in pericolo il suo posto di lavoro o degradando il clima di lavoro. La molestia nasce da episodi apparentemente insignificanti e si propaga insidiosamente. In un primo tempo le persone interessate non vogliono formalizzarsi e prendono alla leggera frecciate e scherzi di cattivo gusto. Poi gli attacchi si moltiplicano e la vittima viene regolarmente messa alle strette, in condizione di inferiorità, sottoposta a manovre ostili e degradanti nel corso di un lungo periodo. Esso si concretizza in qualunque condotta impropria che si manifesti, in particolare, attraverso comportamenti, parole, atti, gesti, scritti capaci di mettere in pericolo l'impegno o di degradare il clima lavorativo".

 

Il fenomeno

Le fasi del Mobbing

Il modello Leymann


Il modello Ege


Le cause

Gli effetti

Come distinguerlo

Altre forme di violenza

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